Incarichi dirigenziali: riliquidazione del trattamento di fine servizio

Incarichi dirigenziali: riliquidazione del trattamento di fine servizio

Relativamente al conferimento di incarichi dirigenziali a tempo determinato, l'indennità premio di fine servizio deve essere calcolata considerando l'integrale anzianità di servizio maturata dal lavoratore ed entro tali limiti la domanda può essere accolta. Quanto alla retribuzione da assumere a base del calcolo dell'indennità non può trovare accoglimento la domanda volta ad assumere quale parametro per la liquidazione del trattamento quella percepita come dirigente (Cassazione, sentenza 27547/2020).

Nella specie, la Corte d'appello di Palermo ha accolto la domanda di un lavoratore volta ad ottenere la riliquidazione del trattamento di fine servizio atteso che, nell'ultimo periodo lavorativo, aveva avuto il conferimento di incarichi dirigenziali a tempo determinato, ma il trattamento di fine servizio gli era stato liquidato con riferimento alla data immediatamente precedente al primo degli incarichi direttivi ricevuto sebbene il rapporto di lavoro fosse proseguito senza soluzione di continuità. Aveva chiesto pertanto il ricalcolo del trattamento assumendo come base le ultime retribuzioni percepite come dirigente e sulla base della complessiva anzianità maturata, tenuto conto che il rapporto era proseguito senza soluzione di continuità. La Corte territoriale ha esposto che l'art 110 TU 267/2000, secondo il quale il conferimento di incarichi dirigenziali determinava la risoluzione di diritto del rapporto d'impiego del dipendente, non era applicabile alla fattispecie riguardando esclusivamente il personale estraneo ai ruoli dell'ente locale che conferiva l'incarico. Ha rilevato, infatti, che si verificherebbe l'abnorme conseguenza della risoluzione del rapporto senza alcuna garanzia per il lavoratore della riassunzione (subordinata alla vacanza del posto) con effetto deterrente all'accettazione di tali incarichi da parte del personale di ruolo; che l'utilizzo del termine di amministrazione di provenienza presupponeva una distinta amministrazione di destinazione; che non era neppure richiamabile l'art 19, comma 6, Dlgs 165/2001, in base al quale il conferimento di incarichi dirigenziali determinava il collocamento in aspettativa senza assegni con riconoscimento dell'anzianità di servizio, in quanto il rapporto nella fattispecie non veniva risolto, ma subiva solo una fase di sospensione o di quiescenza senza interrompere l'anzianità.
Ebbene, l'art 110 DLGS n 267/2000 stabilisce che lo statuto dell'ente locale può prevedere che la copertura dei posti di responsabili dei servizi o degli uffici, di qualifiche dirigenziali o di alta specializzazione, possa avvenire mediante contratti a tempo determinato. Il 5 comma, della norma citata, nella sua originaria formulazione vigente all'epoca dei fatti, stabilisce che "Il rapporto di impiego del dipendente di una pubblica amministrazione è risolto di diritto con effetto dalla data di decorrenza del contratto stipulato con l'ente locale ai sensi del comma 2. L'amministrazione di provenienza dispone, subordinatamente alla vacanza del posto in organico o dalla data in cui la vacanza si verifica, la riassunzione del dipendente qualora lo stesso ne faccia richiesta entro i 30 giorni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro a tempo determinato o alla data di disponibilità del posto in organico". La Corte territoriale, pur dando atto che la norma mira ad evitare che il soggetto possa cumulare due rapporti di impiego (ente di provenienza ed ente di destinazione), ritiene che la norma possa trovare applicazione solo nel caso dì incarico dirigenziale conferito a soggetto estraneo ai ruoli dell'ente conferente. Tale interpretazione è giustificata dalla medesima Corte territoriale dal fatto che il soggetto prescelto vedrebbe risolto il rapporto senza alcuna garanzia della riassunzione, subordinata alla vacanza del posto, con effetto deterrente in ordine all'accettazione e danno al buon funzionamento dell'amministrazione pubblica.
Secondo la Corte, inoltre, l'uso dell'espressione amministrazione di provenienza presuppone una distinta amministrazione di destinazione e aggiunge che il sopravvenire della risoluzione di diritto non può determinare uno sdoppiamento in due soggetti distinti di ciò che costituiva un'unica realtà.
La Corte d'appello, da un lato non spiega perché non sarebbe un deterrente all'accettazione di incarichi a tempo determinato per il personale estraneo all'amministrazione conferente, mentre lo sarebbe per i dipendenti dello stesso ente conferente :la riassunzione è subordinata alla vacanza del posto e la facoltà di conservare integro il pregresso rapporto è esteso anche agli altri dipendenti diversi da quelli dell'ente di provenienza.
La formulazione della norma, tuttavia, suggerisce una diversa interpretazione che sembra maggiormente in armonia con la legislazione relativa al pubblico impiego di cui al Dlgs n 165/2001. L'articolo 110 citato, infatti, dopo aver sancito la risoluzione di diritto del rapporto, prevede, tuttavia, la possibilità di ricostituzione del rapporto, pur senza obbligo di superamento di un concorso, e, così letta la norma, si pone in contrasto con il generale principio di natura costituzionale disciplinante l'accesso presso le pubbliche amministrazioni. Una lettura costituzionale della norma consente di pervenire ad affermare che la norma rappresenta una situazione riconducibile più che ad una "risoluzione di diritto" , ad una forma di "aspettativa "del soggetto cui è stato conferito un incarico dirigenziale a tempo determinato. Tale interpretazione nasce e si giustifica in considerazione della contraddizione insita nella norma stessa, la quale da un lato sancisce la risoluzione di diritto del rapporto preesistente, dall'altro consente la ripresa del rapporto di lavoro, sebbene già colpito dalla risoluzione di diritto, senza necessità di un concorso. A ben vedere la fattispecie disciplinata dalla norma, in realtà, non si concretizza in una effettiva risoluzione del rapporto, così come avvenuto nella fattispecie, tanto che il rapporto del dipendente in questione è proseguito senza interruzioni e nessuna indennità di fine servizio risulta a lui corrisposta, se non all'atto della cessazione definitiva del rapporto nel 2006.
Sulla base delle suddette considerazioni, la Suprema Corte di Cassazione afferma che, l'indennità premio di fine servizio dovrà essere calcolata considerando l'integrale anzianità di servizio maturata dal lavoratore ed entro tali limiti la domanda può essere accolta. Quanto alla retribuzione da assumere a base del calcolo dell'indennità di fine servizio non può trovare accoglimento la domanda volta ad assumere quale parametro per la liquidazione del trattamento quella percepita come dirigente.